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Mio Palmo - un altro modo di leggere i segni sui palmi PDF Stampa E-mail
Scritto da Valerija Brkljac   
Mercoledì 22 Agosto 2007 08:24

Buona sera

Lo dico alla sera. A Shaban Bajramovic, il re della musica zigana, che mi fa compagnia. Lo dico al mio sole che dorme con “la coda della realtà arrotolata” in una dimensione irraggiungibile per gli esseri di questo mondo.

Ho girato per la casa sotto la luce della candela, tanto per cambiare. E ho visto i tempi che non ci sono più. Anche quelli che non si sono mai incrocciati con il mio. Li ho raccolti dalle ombre. Là dove stanno i miei ricordi. Ora so perché nessuno usa più solo le candele per far luce in casa.

Davanti a me sul tavolo, poggiate allo schermo del computer due foto. Una mia, dove sono in Francia, un estate di tanti anni fa. A suo fianco la foto di mia mamma con Kassim, Justina e Pisti, i miei borzoi. Era il 17. Settembre del 1991 a Belgrado. Kassim e Justina ora sono nello stesso giardino dove li ho fotografati quel giorno. Pisti è in Portogallo, nel giardino della chiesa di Santa Maria dei Pesci. Guarda dall'alto verso l'oceano. Quello stesso dove passavano i velieri per le terre lontane. In queste stesse terre oltreoceano, ora si trovano mio padre e mio fratello. Buona sera a loro.

 

Mamma con Kassim, Justina e Akakij (Pisti) nel giardino di casa nostra

Mia madre dorme stanotte, dopo la sua solita giornata tra il cimitero e la casa. Tra la voglia di viviere e morire. Tra la preoccupazione per me, per la casa, per il mio destino e per mille altre cose che riesce o non riesce raccontarmi. Passano gli anni e passano le persone, e con loro ciò che abbiamo chiamato la nostra vita. Ci è sembrato tutto eterno, a finche un giorno non è passato.

Ascolto le canzoni, vecchie canzoni che hanno il suono degli anni, in cui accompagnarono il mio sguardo rivolto verso il futuro.

Ora l'ho girato. Sto guardando indietro, sperando di trovare qualche volto, sorriso, parola di quei tempi. Ma schiacciati nel passato, che comprime tutto, non si muovono, facendo finta di essere eterni. Invece, sono in un altra dimensione. Quella dove tutto diventa simile, tranne sotto il debole lumino della candela e il mio sforzo di ricrearli. Debole anch'esso, ma sufficente almeno per rivederli. Quella forza dio si è scordato di darcela, quella di ricreare le cose che non ci sono più. Fluttua solo l'amore, come la farfalla in un giardino con sempre meno fiori sui quali posarsi.

Non ci sono più i miei borzoi, Justina, Jura, Kassim, Pisti, Basha, Ceda, Ljuba, che uno dietro l'altro hanno condiviso tutte le mie Jugoslavije, la mia gioventù, le mie poesie e i giorni quando i pensieri come questo non c'erano.

Sono molte le cose che bussano alla porta di questa notte per prendere il loro posto sulla carta. Dove sono i miei amici? Dove sono i miei professori? Dove sono le vie, che ora portano altri nomi? Dove sono le persone che inisieme a me le hanno percorso? Magari anche loro non sanno i nomi nuovi, come me? In quale dimensione portano ancora quei vecchi e le nostre vecchie vite con loro?

Dove ora passa la via di Petar Lekovic? Dove sta quella di Nicephore Niepce? Dove è Maresciallo Tito? Dove si trova la piazza di Fratellanza ed Unità?

Guardo le foto delle mani di mia famiglia. Quelle di mio padre, rosastre, di un uomo malato, ma fiducioso. Quelle di mio fratello, che sognava di scrivere ancora dei libri. Le dita lunghe, i palmi forti, capaci di alzare l'Universo intero. Quelle di mia madre sono piccole, chiare, segnate, ma forti. Come il suo volto, invecchiato, ma dolce, premuroso. Il giorno dei funerali di mio fratello, mi chiamava in continuazione con il suo nome, Predrag. Fai questo, fai l'altro Predrag. E io quel giorno ero a suo fianco, suo figlio. Quello che il cuore di una madre non può smettere di aspettare, di cui sente i passi e lo aspetta di aprire la porta di nuovo, tornando a casa. Di cui sente la presenza e riconosce il passo, ora in ognuno che sente.

 

Io, la mamma e la figlia di mio fratello

 

Tra non molto ci sono i compleanni di mio frattelo e di papà Sempre più numerosi sembrano quelli degli assenti, le riccorenze delle cose che non esistono più, le feste di un calendario che ora si chiama Passato.

Il Tempo è una linea retta, piena di bucchi. Al nostro passaggio, ogni giorno non vissuto si trasforma in un bucco. Puoi andare avanti, ma non puoi tornare indietro. Altrimenti cadi nel nulla. A volte quella linea retta è tagliata dalle altre linee, in una specie di geometria divina. Quei tagli sono i segni lungo la nostra strada. Segnano i passaggi delle altre persone nella nostra vita. A volte ci sono serviti per svincolarci dalla nostra. A volte non c'era bisogno, tanto magari non portava da nessuna parte. Però, quegli incroci sono importanti, lì non ci sono i bucchi. Se mai i rimpianti. Perché non ci siamo fermati o perché l'abbiamo fatto. C'è anche la felicità, perché ci siamo stati.

Shaban Bajramovic canta “Sta piovendo ragazza”, canzone che amo.

Ora vivo a Milano. A Milano questo agosto è "brucciata" la borsa con i titoli dentro, ma è caduta anche la pioggia, che non ha spento nulla.

Quando squilla il telefono so chi è: o la mamma o il mio sole, tra una dormita e l'altra.

Ora con me ci sono Baghi, nipote di Kassim, detto Kani, dolce come lui e c'è Yuri. Mio Yuriska, un abbandono italiano di qualcuno, in un estate come questa, di otto anni fa. Ora disabile, ma voglioso di vivere e sempre pronto per mangiare, chiamare per l'acqua, per essere girato, per avvertirmi che sta per fare “qualcosa importante per la storia” e per correre di portargli "il pappagallo", che ha ricevuto in dono dalla mia mamma. In piedi era un gigante di 63 chili, ma lo è ancora, per la sua grande capacità di comunicare. Lo amo, anche se non mi lascia molto dormire, ne fare le vacanze. Non lo posso lasciare a nessuno per assentarmi un po'. Nessuno parla la sua lingua, tranne me.

Kassim, Justina, Pisti e la mamma mi guardano dalla foto. Shaban canta. Non piove più. Agosto finirà tra poco e tra poco cambierò la casa. Dopo quindici anni qui, me ne andrò, non so ancora dove, ma so che il 2007 non lo scorderò facilmente.

Ho iniziato la nuova versione del sito. Prima era mondoonline e ora è zampa. L'idea è di offrire alle persone di lascire la loro impronta, insieme alla mia. Ognuno può lasciare quella che ha.

Le linee sul palmo della mano, che segnano i nostri percorsi di vita e non solo, raccontano tutto. E va bene così. Io racconto queste storie scritte sui palmi. Conosco questa lingua dei segni e la traducco in parole. Sono una raccontastorie. Una specie di “bard”.

Questa era per buona notte a tutti quelli che amo e sta scritta sui miei palmi.

E' iniziato il 22. Agosto, un altro punto sulla linea retta della mia vita.

2007-08-22  alle 16:06:24

Mio Palmo - un altro modo di leggere i segni sui palmi
 

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