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Il Libro dei Morti PDF Stampa E-mail
Scritto da Valerija Brkljac   
Martedì 18 Novembre 2008 03:02

 Il libro dei morti – la pagina di Eluana Englaro Vota questo articolo 

Ognuno di noi ha una pagina dedicata in questo libro. C'è chi vi arriva in maniera naturale, attraverso il sonno e chi arriva strappato alla vita in maniera violenta. E c'è chi, ancora più tragicamente, si trova incastrato tra la vita e la morte, senza una apparente “via d'uscita” in uno stato di “non morto”.

Vediamo cosa possiamo capire su questo piano che si trova tra la vita e la morte, basandoci sull'esperienza del popolo serbo, di cui faccio parte.

Noi la morte la conosciamo attraverso la morte degli altri. A noi la nostra morte è sempre ideale e questo ci allontana da essa. La “pensiamo”, in conferma che l'esistenza stessa ci separa dalla morte e condiziona la sua percezione.

 

Nella cultura di oggi la morte è respinta ed esiste la tendenza di negarla. In questo senso, sopratutto la cultura occidentale respinge la morte, in quanto votata al materiale, la vive come perdita della propria individualità e del proprio io, nell'impossibilità di viverla in prima persona come esperienza di vita, il che insieme causa la paura.

L'interessamento su questo tema ha creato una nuova disciplina che si chiama “tanatologia”, che ha il compito di indagare per comprendere tutti gli aspetti della morte, sia culturali, sociali, antropologici, ideologici sia quelli religiosi.

 

La morte – un esperienza che ci manca

La morte è un esperienza che ci manca. Questo pone la morte “dall'altra parte”. Una volta finito il nostro ciclo vitale, però, ci tocca fare questa esperienza. La fine della nostra vita si conferma con un rito funebre, che svela come comprendiamo la morte, quali sono le differenze tra le varie culture, tradizioni e nei giorni nostri.

Riguardo “Il libro serbo dei morti”, un vivo esempio delle pratiche funerarie in uso tuttora, possiamo capire che nel processo rituale, la struttura dei riti e lo status del morto sono delle costanti d'importanza base nei confronti della morte. A seconda della società e le sue conoscenze dominanti i riti hanno ottenuto certe forme magico-religiose e mitologiche.

Nella società serba, nella sua cultura tradizionale, il rapporto con la morte si esprime attraverso una stabile forma rituale, che a sua volta, ha la base nella visione e nelle credenze collettive.

Vale a dire che questa forma rituale non nasce dalle idee create anticipatamente. Esse sono il frutto delle esperienze concrete di una società legata alla morte dei suoi membri.

Queste regole rituali sono un vero e proprio linguaggio nella comunicazione con aldilà. Anche se si tratta di un esperienza che ancora manca, si può comprendere dai significati che offre il processo rituale postumo.

Il mondo nostro, terreno, e quello oltretomba si escludono, essendo diversi. Il momento di comunicazione tra di loro esiste solo nel momento in cui lasciamo uno per l'altro. Questo spazio tra i due mondi e la sua identità spazio-temporale sono fondamentali. Li si svolge l'incontro.

Uno muore, entrando in un “mondo” di incertezze, mentre la società inizia il rito che come compito ha di accompagnare la persona “scomparsa” dal nostro mondo verso “quell'altro”. Così possiamo osservare la morte da quella che è a quella che potrebbe essere. Perché “oltre” noi non l'abbiamo sperimentato.

 

I segni della morte

Anche se è così, l'uomo ha sempre cercato di arrivare in qualche modo a “dare occhiata” oltre il visibile e razionalmente non raggiungibile mondo dell'aldilà. (Vedi il mio articolo: “Coincidentia Oppositorum”).

Stando alle credenze popolari dei serbi, ognuno di noi ha il destino segnato. Però, il momento della morte non ci è dato a sapere. Per il popolo serbo questo non è stato un ostacolo tale da impedirlo di tentare di leggere i segni, osservandoli in questo contesto, rifiutando il ruolo di passività. La morte ha un determinato significato e si è cercato di leggerlo attraverso gli avvenimenti, dei segnali del suo possibile arrivo. Questi segni sono particolari e si rilevano nella vita quotidiana, nel comportamento degli animali e attraverso i sogni.

Eccovi alcuni tra i più curiosi esempi. Durante la vigilia di Natale, se una persona rimane senza la propria ombra vuol dire che è il candidato per incontrare la morte. Lo è anche se durante il pranzo natalizio non vedrà riflesso se stesso nella ciotola dove sta sciolto il burro col miele. Non vedersi riflessi significa perdita dell'anima. L'anima che se ne va, vuol dire solo la morte che arriva.

Questi segni sono importanti anche perché indicano l'esistenza del passaggio tra il nostro e l'altro mondo. Dunque, non ci sono le interpretazioni soggettive, ma si tratta dei simboli definiti con dei significati chiarissimi e i messaggi altrettanto chiari accumulatisi atttraverso l'esperienza di un popolo intero.

In altre parole, la frontiera tra i due mondi non è così definitiva, ma che nell'aldilà si prospetta una possibile esistenza diversa dalla nostra qui.

Hanno particolare importanza anche i segnali che invece arrivano dalle visioni e dai sogni. Un esempio sono i denti caduti, la perdita dei capelli, la distruzione della casa o la visita dei parenti defunti.

Si da anche l'importanza al presentimento della propria morte che spesso hanno i vecchi, grazie al quale è possibile lavorare sulla sua accettazione. La preparazione per la morte inizia con approcciare la sua realtà e l'eminente arrivo. Questi preparativi hanno per compito di assicurare una morte leggera e veloce. Bisogna dire che questo non ha niente a che fare con l'interruzione della vita di un individuo, ma esprimono l'attenzione del collettivo per l'esso.

 

La differenza tra l'aiuto a morire e l'eutanasia

Certo, il confine è sottile tra l'aiuto a morire e l'eutanasia, dove la prima significa “dare una mano” a chi è entrato “nel tunnel” della morte e non riesce “separarsi dall'anima”, mentre l'eutanasia intende l'interruzione violenta del ciclo vitale in piena regola, anche quando si tratta di una persona vecchia e indebolita, per esempio.

Il termine “la lotta con l'anima” esprime in miglior modo lo stato che indica il momento del possibile “aiuto” a morire. A differenza da ciò che ho indicato come l'eutanasia, questo “aiuto” invece era considerato “un opera del bene”.

In che cosa consiste questo “aiuto”, vi chiederete. Consiste nel dare “l'acqua muta” al morente (caso limite). Questa acqua si raccoglie a mezzanotte, in assoluto silenzio, aiutandosi con la canna e lo si fa solo dal posto dove si uniscono due ruscelli. Tutta l'efficacia di questo gesto “magico” sta nel fatto che si è notato, tra le altre cose, che il morente prima di morire chiede l'acqua. Solo che prima di perdere la capacità di respirare, perde il riflesso di deglutizione. Da un lato si rispetta la richiesta del morente di bere e dall'altro quell'acqua “muta” ha il compito di ammutolire per sempre chi la beve. Si dice che non si può rifiutare di dargliela in quanto significherebbe lasciar “assetata la sua anima” nell'aldilà.

Dove invece non aiuta “l'acqua muta” si corre ad un rito verbale, nel caso quando l'incertezza di morire dura a lungo. Nella zona di Timok (Timocka Krajina) si chiama una persona “di mestiere”, si potrebbe dire, di nome “bajalica” (leggi: baializa), che al morente deve ripetere tre volte un complesso ed ampio testo che si chiama semplicemente “bajalicin tekst” ("il testo di baializa”). Se “bajalica” riesce ripeterlo correttamente tutte e tre volte, significa che il morente si riprenderà. Ma se sbaglia una sola volta e in maniera minima, le porte della vita andranno a chiudersi per sempre.

Uno dei motivi che creano delle difficoltà nel morire sono i peccati, quelli fatti o quelli non perdonati. Ovvero le nostre azioni che hanno causato le reazioni lesive o nocive al prossimo. La prima cosa da fare è di “saldare i conti”. Al morente si perdonano i peccati e gli si chiede di perdonarli a sua volta.

Nei suoi ultimi attimi il morente non si lascia mai da solo. Se non per l'altro, anche se muore con leggerezza, gli si deve accendere la candela, perché la sua anima possa trovare la via d'uscita.

Se il morente fatica, ma non troppo, gli si può aiutare girandolo sul lato sinistro, che nel culto dei morti significa l'aldilà. E se proprio non ce la fa neanche così, si è notato che spesso i morenti cercano di sdraiarsi per terra. Allora, aiutandolo a farlo, simbolicamente si annulla la frontiera tra i due mondi.

C'è chi cerca invece l'opposto, ovvero, cerca di illudere la morte. Questo è uno dei desideri più antichi espressi nella cultura serba. Dai tempi antichi fino a noi è giunta la storia dei “Nemri” ovvero “quelli che non muoiono”, così che si dovette ucciderli una volta superati i limiti imposti dalla comunità. Però, nei tempi successivi, credere nell'immortalità, ha portato alla ricerca della vita eterna, che, si narra, era dovuta ad una pianta di longevità. Solo che questo sapere è rimasto fuori dalle frontiere del sapere umano, dato a sapere solo alle fate. A quanto pare, gli uomini incauti hanno distrutto questa pianta, convinti che non sia necessario rispettare la terra e la natura, convinti di poter farne a meno.

Con queste credenze coesistono anche quelle sulla necessità di morire, sulla realtà dell'altro mondo nel quale si va dopo che la vita terrena sia terminata. La fine della vita è il criterio della sua naturalità, che quando messa in discussione, diventa il motivo di certi comportamenti da parte della società. Questo in collegamento al mito dei “Nemri” e la loro uccisione, portando alla società il ruolo del “regolatore” del processo di vita.

Uno, ormai tanto vecchio da non poter contribuire alla vita della comunità, diventato solo il peso e l'ostacolo, veniva “portato a morire”, inaugurando così il primo concetto dell'eutanasia.

 

I non morti”

Un altro problema che invece ha le origini recenti, nasce nel momento in cui una persona entra in uno stato di “presente con il corpo e assente con la vita”, perché portata con un tragico avvenimento in quel stato. Cioè, si trova in uno spazio di non ritorno, tra questo mondo e l'aldilà. Chi si trova in questo spazio praticamente non appartiene a nessuno dei due mondi. Cosa si può fare?

Questo problema si è accentuato soprattuto oggi nei casi delle persone che negli incidenti stradali hanno subito lesioni gravi a tal punto che il loro stato vegetativo di coma profondo, porta loro ad uno stato irrimediabile di “non morti”. Avviatisi verso la morte, sono rimasti “incastrati” nella vitale funzionalità di solo corpo, dove però “il legittimo proprietario” non ci sta più. Questa “zona limite” e uno status non definito, porta “il non morto” in un paradosso di presenza e di assenza. La dimensione spazio-temporale, caratterizzata da una vita profana e sociale, non esiste più. A questo punto si può dire che “i non morti” condividono con i morti i fattori che rendono attuale la dimensione dell'aldilà. Come si può lavorare nel cambio dello status di un “non morto”, un membro della società che come individuo è cessato di esistere?

Oggi, questi “non morti” sono mantenuti in vita artificialmente, anche se quel piccolo accenno della vita espresso nella parola “vegetativo”, non è sostenibile in maniera naturale, senza aiuto degli interventi chirurgici, attrezzi di mediazione per portare al fornimento degli elementi nutritivi per un corpo di cui l'essere di “nome e cognome” è passato già “oltre”. Certo, l'aiuto della medicina nel fare il ponte verso la vita, in nome di una persona, trainandola verso la guarigione e la vita profana, quella di tutti i giorni, è ben altra cosa.

Qui invece parliamo di uno stato di “Coincidentia Oppositorum”, che unisce due mondi opposti, la vita e la morte.

Il “non morto” dipende dal collettivo, sia in questo stato che in quello di appena morto durante intero rito funebre.

La paura dalla morte nella società moderna è molto espressa su tutti i fronti. Dal negarla inizialmente, vivendo come se fossimo eterni, per arrivare a rendersi conto del tempo che passa e del corpo che cambia. Fino alla ricerca delle cure “miracolose” per mantenere invariato il nostro viso, sul quale si legge la crescente decadenza del nostro “stabile”, che irrimediabilmente diventerà un “rudere”. Insegnati di investire tutto sul nostro corpo, sui beni materiali, volgiamo il nostro sguardo pieno di paura verso la gioventù che avanza, perchè ci hanno convinto che il benestare sia il benessere! Arriviamo così in una zona che ci coglie impreparati per affrontare i suoi svariati aspetti.

Questa è la logica conseguenza di una vita che nel nostro mondo è votata al materiale. Tutto il resto sembra “optional”. Ma non funziona così. Basta guardarsi intorno per capire che la dimensione del solo corpo non basta.

Chi meglio di un corpo steso in un ospedale sconosciuto e in uno stato di “non ritorno”, testimonia che il corpo di per se non è sufficiente per essere considerato “una vita”, ma semplicemente un corpo sopravvissuto alla persona.

Nella tradizione del popolo serbo, come in quella di tanti altri popoli, inevitabile fine naturale di un ciclo vitale, rappresenta solo il modo per passare da una dimensione ontologica ad altra, o da una realtà ad altra.

 

L'Anima

Morire” significa “espirare”, “lasciar uscire l'anima” o “separarsi dall'anima”. Eguagliata al respiro nel comprendonio popolare, l'anima è immaginata come “la copia spirituale” della persona, una specie di “fluido” che si libera dal corpo nel momento della morte.

A queste rappresentazioni dell'anima “fluida” sono precedute le rappresentazioni dell'anima “corporea”, somatica. Queste antiche credenze sull'anima organica e il suo legame con il corpo sono proprio quelle che hanno dato l'origine ai rituali di disseppellire il morto per poi seppellirlo di nuovo, al credere nei vampiri o alle credenze sui capelli. Dunque, nella religione popolare serba coesistono sia la visione antica dell'anima materiale, somatica, sia quella della natura fluida, libera. Si potrebbe pensare che la visione dell'anima legata al corpo non dovrebbe esistere nel cristianesimo in quanto legata all'individuo munito di spirito, ma sembra che proprio questo, (fuori dalla Serbia) sia l'unico concetto presente, lasciando la “fluidità dell'anima” per i tempi a venire. Il che in un mondo votato solamente al materiale, viene una conseguenza naturale credere in un anima legata al corpo.

 

L'individualità terrena e l'individualità post mortem

Guardiamo alla morte come al momento in cui si libera l'anima. Essa collega il segreto della vita e quello della morte. L'anima, legata allo spirito e non al corpo, può essere considerata assente - vagante in quanto il corpo è privo del tempo profano, della vita di tutti i giorni di un individuo. Il corpo è rimasto nella dimensione di solo spazio nel contesto della società. Qui sorge un problema per l'anima in quanto il corpo è rimasto incastrato in una situazione di “non morto”. Questo status, che avviene in totale discontinuità dal profano, significa che si svolge la relazione con un corpo mantenuto funzionante in maniera artificiale.

L'anima, in una situazione come questa, non ancora andata nel mondo dei morti, è costretta a vagare. Rimane nello spazio della realtà che sta tra il terreno e oltre terreno. Ricordimoci che non può lasciare questo spazio nei primi 40 giorni dopo la sepoltura del corpo. A patto che tutti i riti fossero eseguiti bene. Altrimenti l'anima non può essere integrata nel mondo dei morti. Ed è proprio questo una grande minaccia.

Nel processo della liberazione dall'individualità terrena e l'acquisizione di una nuova individualità post mortem, la trascendenza dell'anima umana cancella l'apparente opposizione tra il terreno e l'oltre terreno. Nel caso dei "non morti", la società si rifiuta di eseguire il rito, in quanto pervasa dalla paura dalla morte, "congellando" il corpo in uno stato di apparente esistenza.

L'anima fluida, libera, la copia spirituale della persona, ci apre le porte verso una dimensione sconosciuta, dove inizia una realtà che sta oltre la frontiera dell'esperienza e del razionalmente comprensibile. Ma la società impaurita, abbandonando "il non morto" all'incertezza, abbandona anche i suoi famigliari, perché, a finché alla terra non viene restituito ciò che le appartiene, la vita della famiglia di "non morto" non può scorrere naturalmente, ma rimane in dimensione di “non-tempo”.

Tra la società tradizionale e quella moderna

Per quanto riguarda l'antica idea sull'anima somatica, corporea, essa si basa sul credere nell'allungare la vita del corpo dopo la morte. In questo senso, la nostra società di oggi, incerta sia dell'anima somatica, sia dell'anima fluida, finisce per incastrare se stessa in uno stato di "vita possibile" solo ed esclusivamente nel mondo reale, materiale.

Nella società tradizionale, come detto prima, non esiste espressa individualità di un solo soggetto. L'importanza della vita collettiva si esprime nella predominazione delle idee collettive su quelle individuali. In questo senso il destino individuale, terreno, dell'uomo è sottomesso al potere collettivo. Questo potere si esprime nella prassi dei rituali, che servono di accompagnare il defunto verso la sua nuova meta. Ma anche decide per lui in quel stato “intermedio”. Per paradosso, in un mondo tutto dedito all'individualità, la miglior caratteristica dell'uomo, la sua anima, legata al suo individuo, allo spirito, torna ad essere considerata legata al solo corpo. A questo punto, il destino individuale, terreno, dell'uomo si trova sottomesso al potere dello stato, che annulla in un colpo solo sia la tradizione, sia il sapere collettivo, frutto delle millenarie esperienze della società attraverso i legami con la morte dei suoi membri.

Liberi di vivere e di morire?

A tutto questo cambiamento di "potere" sul destino individuale, viene in appoggio la chiesa! Come dire, Cristo è morto, ma a finché non risorgerà, lo rappresentiamo noi e possiamo fare a modo nostro, cercando di allungare la vita prima della morte, illudendoci di poter controllare la morte stessa. Il senso dell'esistenza umana chiuso così nell'ordine materiale delle cose significa una sola cosa: la perdita della libertà. La società, attraverso i suoi rappresentanti (impostisi come detentori della verità e del potere), si avvia a prendere un controllo totale sulla vita e persino sulla morte dell'individuo. Obbligati alla felicità condizionata esclusivamente dalle cirostanze materiali. A costo di sola anima!

La vita e la morte non sono altro che un incessante cambio tra le forze completamente opposte tra loro, che aprono il passaggio da un mondo all'altro, significando anche il cambio tra il principio corporeo e quello spirituale. E senza il riconoscimento di quel principio spirituale, all'uomo non si aprono le porte dell'aldilà e della vita oltre terrena. Ma proprio per l'assurdo chi lo nega? Coloro che dovrebbero sapere!  Perché il principio spirituale è la spina dorsale della chiesa cristiana. L'apertura e la chiusura di quella "porta", quel "spazio" che sta tra la vita e la morte, ci garantisce un possibile passaggio verso una nuova dimensione e un esistenza diversa. Invece, rimane un anima in pena tra un corpo che, attaccato ad un "cordone ombelicale" di plastica, ticchettia le sue insensate ore di vita che non c'è, e lo spirito, smarritosi mentre era ancora "nel nome del Padre".

La tradizionale cultura serba non pretende di dare le risposte definitive o di spiegare l'enigma della morte. Comunque, essa intende la conoscenza della morte come importante fattore del senso della vita.

Eluana Englaro è stata cancellata dal “libro dei vivi” in un tragico e lontano incidente stradale. Però, la sua società non le ha ancora permesso di iscriversi nel “libro dei morti”, tenendola contro natura in uno stato di “non morta” o “viva defunta”.

La sua anima vaga ormai da innumerevoli anni. Speriamo giunga presto a destinazione, chiudendo la porta tra i due mondi, lasciata aperta per troppi anni, dando "passaggio" al mondo dei morti per ritornare nelle nostre vite, faccendo crescere ancora di più le nostre paure e le nostre incertezze. In nome di quale idea? In nome di quale dio?

"Prendete un pugno di cenere fresca"

Ho amato molto il poeta serbo, Branko Miljkovic, che in molte delle sue poesie trattò questo argomento. Per questo motivo riesco sentire la tenerezza per un mondo che nella materia ha trovato il piacere e la prigionia. Branco morì a soli 27 anni suicida, "ucciso dalla parola troppo forte", come sta scritto nel suo epitafio. Ecco alcuni versi della sua poesia dedicata al Fuoco:

"Prendete un pugno di cenere fresca

o di qualsiasi cosa che è passato

e vedrete che è ancora il fuoco

o che lo possa essere."

Dedico questo articolo a mio fratello Predrag, che in una situazione identica come quella di Eluana (però, a causa di "un errore medico"), fu iscritto nel Libro dei Morti il 1 luglio 2007 al 1:40, dopo un breve periodo di coma vegetativo, senza che noi, una madre, una sorella e una figlia, ricoressimo ai "mezzi scientifici" per riportarlo indietro dalla strada intrapresa verso l'aldilà. Anche se dolorosa, la possibilità di elaborare questo luto in luce della vita e del senso che essa da alla morte, ci ha permesso di voltare le nostre forze verso la nostra vita di tutti i giorni, seguendo i ritmi naturali della nostra esistenza. Fino ad arrivare anche noi un giorno all'esperienza che ci manca. Senza nessuna delega sul potere di decidere sulla nostra esistenza, dove la vita e la morte sono la sua parte integrante, come lo è la nostra libertà di scegliere.

Image 

Il giorno dei funerali di Predrag

Il giorno: 2008-11-18 Alle: 10:00:14

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I testi correlati:

Coincidentia Oppositorum

Sincretismo

 Poco fa se ne andata Eluana Englaro. Pace all'anima sua. Condoglianze alla famiglia. Data: 2009-02-09 Ora: 20:32:48

Il Libro dei Morti
 

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